Lavorare con i dati

Di cosa si occupa una data humanist. Intervista ad Alice Corona

In questa newsletter: ll data journalism è femmina.
15 giugno 2018
3 minuti

Tutti uomini, dal giornalismo agli open data, e ce ne siamo accorti nominandoli tutti nel gruppo Facebook per richiamare la loro attenzione. E pensare che questa newsletter invece è scritta dall’unica componente femminile di Dataninja! Quindi, ecco, passo alla prima persona singolare e mi prendo le colpe.

Grazie a questo errore però, mi è venuta un’idea su come rimediare.

Da oggi, per i prossimi cinque numeri, ospiteremo un’intervista a una donna del data journalism italiano (anche se data journalism è molto riduttivo come termine per chi lavora in questo settore…) e cominciamo con la favolosa Alice Corona, che si presenta in 5 risposte.

Batjo è l’ultimo progetto a cui sta lavorando Alice. Clicca sull’immagine per avere più info.

L’intervista

Ad Alice Corona.

Il tuo lavoro in 140 caratteri?

Sto ancora provando a definirlo. Sono passata da data journalist, a data storyteller… termini che ora sento stretti. Mi piacerebbe potermi definire Data Humanist.

Come ci sei arrivata? Esperienze, studi, corsi di formazione…

Ci sono arrivata dopo una laurea triennale in Storia Contemporanea, nel 2012, e un po’ casualmente perché in Italia non se ne parlava neanche lontanamente né io avevo mai pensato a una carriera giornalistica prima. Stavo lavorando sulla tesi, come argomento avevo la propaganda (ehm scusate, informazione) fatta dai giornali durante la Guerra in Libia del 2011. Ho dovuto leggere tutti gli articoli scritti dai principali giornali italiani (dalla Padania all’Unità) per ricostruire e provare a misurare quantitativamente come le notizie pubblicate e i termini utilizzati rispecchiassero sostanzialmente gli interessi della politica italiana. Un esempio su tutti: il termine ribelli utilizzato per giustificare e preparare l’intervento italiano si è gradualmente trasformato in estremisti islamici una volta che, distrutto il Paese, conveniva ritirarsi il più presto possibile. Lo scoglio principale della mia tesi è stato capire le vicende belliche che succedevano in Libia. Essendo storia attuale, non esisteva ancora nessun manuale o ricostruzione storica a cui rivolgermi. Gli articoli che leggevo mi illuminavano sulle fidanzate del figlio di Gheddafi, ma poco su cosa stesse succedendo da un punto di vista bellico. È stato così che ho scoperto l’ottima copertura della guerra fatta dal Guardian, che integrava il data journalism con mappe interattive e grafici. È stato amore a prima vista. Finita la tesi sono partita per l’Olanda, dove l’Università di Tilburg offriva quello che a quei tempi era l’unico track universitario di data journalism.

C’è qualcosa che non rifaresti del tuo percorso professionale?

Nei primi tempi forse avrei dovuto cercare di farmi rispettare di più nelle richieste di compensazione economica. Ero all’estero, ma penso che il problema sia ancora più calzante per l’Italia, dove mi sembra che i giornalisti freelance siano pagati meno rispetto ai colleghi europei. E non è solo una questione di soldi: farsi pagare di più nel lavoro quotidiano vuol dire anche avere più possibilità di investire tempo per fare lavori, progetti e collaborazioni meno retribuiti, ma con alto impatto civico. Da un punto di vista formativo invece c’è una cosa che non rifarei: nei primi tempi ho passato molto tempo a imparare tool e tecniche. Un po’ ci sta, per esplorare, ma forse mi sono impuntata troppo su questo. Per esempio, a un certo punto stavo studiando R e Python contemporaneamente (R l’ho poi rimosso completamente). Tornassi indietro dedicherei meno tempo a quest’aspetto, e darei più spazio all’immaginare e disegnare visualizzazioni a mano, a prendere appunti a carta e penna, ecc. Quanto tempo ho perso a provare a fare debugging e risolvere cavilli in codice che poi non mi è nemmeno mai servito!

Qual è stata invece l’esperienza che ti ha dato tanto?

Non ce n’è una sola specifica, ma una categoria di esperienze: i workshop e le conferenze a cui ho partecipato soprattutto nei primi anni dopo la laurea. Penso che nulla mi abbia arricchito come il lasciarmi contaminare da pratiche, idee, metodologie, esperienze umane e conversazioni avute in queste occasioni.

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