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Lavorare con i dati

Come cambiare lavoro grazie ai dati

Da un’esigenza personale a un nuovo “mestiere”: quattro passaggi fondamentali che ho imparato da quando ho iniziato a lavorare sui dati.
2 aprile 2020
6 minuti

Quella che racconterò adesso è una piccola storia personale, la mia. A qualcuno potrebbe interessare perché magari si trova in una situazione simile a quella in cui mi sono trovato io quando ho cominciato a lavorare nel mondo dei dati: era il 2012 stava per chiudere l’azienda di cui ero dipendente, dovevo inventarmi qualcosa. E insomma, più di otto anni dopo eccomi qui.

Andrea Nelson Mauro durante un laboratorio per le scuole (Fonte: Arter)

Una premessa

Facendo il giornalista (ho iniziato alla fine del 1999) ho sempre avuto a che fare con i dati, specie con quelli delle elezioni: chi vota chi, dove, e quanto, il partito che vince, la sfida tra i candidati, il quartiere con più affluenza, la sezione con boom di elettori di sinistra. Così, mentre durante il resto del mio lavoro (la gran parte) i dati erano una cosa a cui davo non troppa attenzione, durante i periodi elettorali non pensavo ad altro.

Nel 2012 il giornale in cui lavoravo ha chiuso e mi sono trovato a dovermi reinventare. È una storia come tantissime, non voglio farla troppo lunga, né parlare della crisi dei giornali. Quello che ho pensato all’epoca, per cercare di restare nell’ambito del giornalismo, è stato che dovevo provare delle collaborazioni nuove e, in più, mettermi a studiare. Ma studiare cosa? Allora, come forse anche oggi, non era facile decidere l’ambito di studio: da un lato perché a fine mese devi comunque portare la pagnotta a casa, dall’altro perché lo studio richiede tempo e quindi se sbagli a scegliere l’ambito magari impari tanto ma non ti basta per “la pagnotta”.

Cercare ispirazione

Ho cercato contenuti (soprattutto video) che mi potessero dare l’ispirazione e mi sono imbattuto in un intervento fatto da Elisabetta Tola nel 2011 al Festival del Giornalismo di Perugia: parlava (9 anni fa!) di data journalism e criticava vari articoli dei giornali mainstream. La cosa che mi colpì: le critiche erano circostanziate, non era il solito dire “i giornali fanno pena” ma “questo articolo è sbagliato perché usa i dati in maniera sbagliata“. Per me fu illuminante, dovevo assolutamente capire qualcosa di più di questo data journalism. Sono partito con una full immersion tra video, webinar, tutorial (tutti in inglese, all’epoca in Italia se ne parlava appena) sui dati. Ho scoperto alcuni aspetti che provo ad elencare:

  • Il data journalism ha molto a che fare con la tecnologia, oltre che con i numeri/la statistica: raccogliere i dati, raccontare storie in un contesto digitale, perdersi tra migliaia di siti, risorse, tool, strumenti, erano tutte cose divertentissime
  • Ci sono fior di professionisti (ricercatori, analisti) che lavorano sui dati, ma ancora pochissimi giornalisti che lo fanno con un approccio innovativo e multidisciplinare. Poteva essere una strada: smetterla di fare il giornalista tonto che parla di politici e allargare le mie competenze sulla tecnologia, la statistica, il racconto visuale dell’informazione. Figo!
  • Non è un tutorial “che fa il monaco”! Nel senso: non puoi pensare che guardando un po’ di contenuti online diventi un esperto in qualcosa. Quello che ti può dare questa esperienza è un cambio di approccio, di visuale, di aspettative.

Fare esperimenti (innovativi)

Dataninja.it è nato proprio per questo: creare e rendere pubblici esperimenti. La mappa, il grafico, la statistica descrittiva, il racconto visuale. Probabilmente per chi si occupava già all’epoca di analisi dati, come gli statistici o i ricercatori, quello che facevamo noi nel 2012 era curioso ma poi mica tanto innovativo. Lo sembrava però (innovativo) nel mondo del giornalismo tradizionale e questo attirò su di noi l’interesse di grosse testate nazionali come ad esempio il Corriere della Sera, che ci commissionò alcuni contenuti (pagati benissimo rispetto alla media).

La prima versione del sito dataninja.it (era il 2012, archeologia aziendale!)

Partire da una buona domanda di ricerca

Col tempo dagli esperimenti è nato un metodo: è sbagliato (a mio avviso) partire da una tabella di dati e cercare di sfruttarla giornalisticamente. Occorre fare esattamente il contrario: partire da una domanda di ricerca giornalistica e cercare i dati. Con Alessio Cimarelli (e subito dopo Gianluca De Martino e Raffaele Mastrolonardo) facemmo proprio così:

  • Quanti sono i migranti morti nel Mediterraneo nei naufragi mentre provano a raggiungere l’Europa?
  • Quanti sono e dove sono i beni confiscati in Italia alle organizzazioni mafiose?
  • Quanto spendono gli italiani per videoslot e scommesse?
  • Qual è il rischio idrogeologico dei territori italiani?
Parte di un disegno realizzato da Fabrizio Furchì durante un webinar tenuto da Andrea Nelson Mauro per ONG 2.0, usata per gentile concessione dell’autore. La versione integrale è qui.

Da queste quattro domande di ricerca sono nati i progetti più importanti a quali abbiamo lavorato, insieme ad altri, con giornali e agenzie in tutta Europa. Abbiamo imparato ad avere uno stile collaborativo, pensare più a “progetti” che a singoli “articoli”, cercare di risolvere un grande problema degli innovatori (o sedicenti tali): come trovare budget per portare avanti le proprie idee.

Darsi un proprio metodo di lavoro

Forse può sembrare banale, ma la questione del metodo rimane fondamentale. “Metodo di lavoro” può avere tanti significati: per me è un insieme di punti cardinali da tenere sempre presenti: nord, sud, ovest, est.

Ad esempio:

  • Lavoro su dati dei quali spesso non ho un’esperienza di dominio, quindi devo definire un forte limite nelle interpretazioni che elaboro
  • I dati non sono “la verità”: possono essere sbagliati, interpretati male, correlati peggio.
  • Se li uso per il mio lavoro, devo fare in modo che chi ne fruisce abbia accesso ai dati grezzi: il mio lavoro diventa così verificabile.

Ma quindi la pagnotta l’hai portata a casa?

Sì. Dopo un inizio di orientamento, con i dati ho cominciato a fatturare e pagare il mutuo, e una delle attività cui ho dedicato più tempo è fare formazione in decine di luoghi e contesti diversissimi per cercare di condividere le mie competenze e soprattutto la mia esperienza sul campo (non le ho mai contate in maniera organizzata ma credo di non dire una fesseria nello stimare di aver fatto circa 1500 ore di formazione in presenza sul data journalism dal 2012 a oggi, mediamente quasi 200 ore all’anno).

Ecco perché sono abbastanza convinto che i passaggi fondamentali di questo percorso di riconversione professionale siano stati quelli che ho elencato su. Li ripeto, per comodità di chi legge:

  1. Cercare ispirazione
  2. Fare esperimenti (innovativi)
  3. Partire da una buona domanda di ricerca
  4. Darsi un proprio metodo di lavoro

E insomma, per me ha funzionato. Spero che funzioni anche per te che hai letto fin qui. 😉

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