Leggere i dati

Stiamo vivendo il primo evento data-informed della storia. Ma non siamo ancora pronti

Dal bollettino serale della Protezione civile alle infografiche casalinghe condivise su Whatsapp, l’emergenza coronavirus ci ha catapultati in un mondo di dati, grafici e tabelle.
7 maggio 2020
4 minuti

Tra gli effetti secondari dell’emergenza coronavirus, c’è stato quello di averci calato per tre lunghi mesi in un mondo di dati, grafici e tabelle.

Dati sul contagio da #covid19 nella città di New York rielaborati da Accurat, lo studio fondato da Giorgia Lupi. Fonte: Fast Company

La quarantena ci ha fatto scoprire un nuovo centro di gravità permanente: i dati. E questo è avvenuto a diversi livelli: da quello decisionale della politica e della sanità, passando per le migliori inchieste giornalistiche, fino ad arrivare alle nostre piccole scelte quotidiane (“vado o non vado a fare la spesa dopo i dati bruttissimi di ieri?”). 

Come mi ha detto la collega Francesca Folda, “Sono rimasta stupita nel notare come – rispetto a 15 anni fa quando si impazziva a trovare dati internazionali che non risalissero a più di 5 anni prima – oggi in questa crisi abbiamo una mole di dati centralizzati, dettagliati a livello globale mai vista prima. Ecco, questo mi ha fatto pensare che se la guerra del Golfo ha segnato il nascere dell’all-news e altri grandi fatti di attualità hanno segnato il via del mobile journalism, del citizen journalism etc, questa pandemia è la prima crisi in cui il giornalismo è data driven, in tempo reale e a livello globale”.

In effetti, tutte le grandi crisi producono sempre un passo in avanti nel mondo dell’informazione:

  • Il modello delle reti all-news in stile CNN è nato proprio con la Guerra del Golfo del 1991
  • Gli attentati del 5 Luglio 2005 a Londra hanno segnato una svolta per il “citizen journalism” con i “contenuti generati dagli utenti
  • La “Rivoluzione Verde” in Iran del 2009 ci ha aperto le porte dei video amatoriali per aggirare la censura di stato
  • Il terremoto ad Haiti del 2010 è stato il primo “Twitter event” della storia digitale
  • La “Primavera Araba” del 2011 ha portato Facebook e gli altri social media al centro delle piazze della protesta
  • Le elezioni Usa del 2016 ci hanno fatto aprire gli occhi sulle “fake news” e sui rischi di polarizzazione degli algoritmi sviluppati dalle grandi piattaforme.

Ora, il connubio coronavirus-dati ci ha fatto toccare con mano cosa vuol dire vivere in un mondo data-informed. E cioè un mondo in cui i dati sono influenzano molte delle nostre decisioni.

È vero: oggi abbiamo fantastici database aggiornati in tempo reale, bellissime visualizzazioni alla portata di tutti, dashboard curatissime e più consapevolezza sui modelli matematici. E questo ci aiuta sicuramente a informarci meglio, a far prevalere i fatti sulle emozioni, a farci passare in pochi secondi dal micro (la nostra città o addirittura il marciapiede) al macro (la situazione nel mondo). 

La mappatura dei marciapiedi di Milano e il distanziamento sociale. Fonte: Systematica

Sappiamo leggere i dati?

Al tempo stesso, però, l’emergenza coronavirus ha fatto emergere anche una totale mancanza di cultura dei dati. A cominciare dalle istituzioni che in questi mesi hanno pubblicato dati parziali, modificati in corso d’opera, blindati in impietosi file pdf, a volte accompagnati da inquietanti asterischi

Anche gli scienziati e i giornalisti – che sui dati dovrebbero essere più avanti rispetto ai politici – hanno dato il proprio contributo, condividendo “grafici dell’orrore” che hanno fatto saltare più di un dataninja sulla tastiera.

Come i grafici possono mentire: il totale di un grafico a torta dovrebbe essere sempre 100% (via Filippo Mastroianni)

A proliferare in questo buco nero è poi stata tutta la macchina della disinformazione: dalle tabelle virali su WhatsApp alle simulazioni imprecise sui dati Istat, passando per le infografiche senza ombra di fonte, i complotti e le illazioni razziste basate su analisi caserecce, i dati ufficiali estrapolati fuori contesto, i “numeri smentiti”, le percentuali sballate, i metri di distanza ripresi da studi poi ritrattati.

Tutta questa disinformazione si è alimentata e ha viaggiato più velocemente anche grazie a una scarsa cultura dei dati. 

L’abbiamo già visto con tutte le innovazioni del passato: nella prima fase molti si appropriano di nuovi strumenti senza conoscerli troppo. 

Da una parte ciò è un bene: favorisce la velocità di adozione di un’innovazione, facendola uscire dalle nicchie e portando i suoi benefici a tutti.

Dall’altra parte, però, si rischia di creare un effetto boomerang se questa adozione non è accompagnata da una piena consapevolezza.

Rispetto al passato ora abbiamo però un vantaggio: sappiamo che bisogna colmare al più presto la mancanza di una cultura dei dati. E proprio per questo a Dataninja siamo al lavoro per diffondere la data-literacy a tutti i livelli: da quelli professionali con i corsi della nostra School, fino ai contesti educativi con (*super-spoiler*) un progetto di media e data literacy in partenza nei prossimi mesi rivolto alle scuole secondarie di tutta Italia.

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