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Ricerca e sviluppo

Un po’ Greta Thunberg, un po’ hacker. La media education che ci piace

A livello internazionale esistono diversi progetti di media education innovativi che provano a guardare oltre gli approcci tradizionali, che puntano invece su panico o toni militareschi. Anche noi a Dataninja con Open the Box abbiamo scelto metodologie più inclusive
8 ottobre 2020
4 minuti
Greta Thunber e Rami Malek, l’hacker della serie Mr. Robot

In Finlandia una startup e l’università di Helsinki hanno lanciato un programma per far conoscere i principi dell’intelligenza artificiale ad (almeno) l’1% della popolazione.

Al MIT di Boston vengono creati video storici falsi, per dimostrare come i deepfake possono essere usati non solo per ingannare, ma anche “for good”, per farci cioè riflettere sulle conseguenze della manipolazione sintetica.

Il Poynter Institute ha attivato una testata Instagram dove, tra un filtro e l’altro, sono gli stessi adolescenti a vestire i panni dei fact-checker.

Sono alcune delle iniziative avviate a livello internazionale che provano a guardare oltre gli approcci tradizionali della media education, termine che comprende le attività finalizzate a sviluppare nei giovani una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media.

Un altro approccio è possibile

“Attento alle bufale”, “I rischi dei social media”, “L’invasione delle fake news”, “Impara a distinguere il vero dal falso”. 

Molti progetti di media education lanciati negli ultimi anni hanno adottato toni militareschi o terrorizzanti per convincere gli/le adolescenti ad “arruolarsi” nella “guerra contro le fake news“.

In parte si è trattato di una reazione al cosiddetto “panico morale” esploso dopo la Brexit e l’elezione di Trump. In parte si è trattato di un modo consolatorio per tenere a bada le nostre ansie di genitori, giornalisti/e o professionisti della comunicazione di fronte a una situazione che ci sembrava fuori controllo.

Apriamo queste scatole, ma senza paura

Quando a Dataninja abbiamo iniziato a progettare Open the Box, abbiamo scelto dall’inizio di mettere da parte i toni terrorizzanti e di adottare metodologie più inclusive.

Proviamo ad aprire insieme le scatole dei meme, dei deepfake, dei grafici e delle immagini manipolate. Non per difenderci da una minaccia aliena, ma per capire meglio come funzionano. E, magari, anche per divertirci.

Ecco perché, dopo tanto benchmark e letture, abbiamo deciso di ispirarci a due approcci in particolare.

Un po’ Greta: la metafora ecologica

Come per l’emergenza climatica, anche a livello informativo le temperature si stanno scaldando e si manifestano fenomeni sempre più estremi.

La studiosa Whitney Phillips parla di una “crisi del network”, Luciano Floridi di “inquinamento dell’infosfera”. In questo scenario non basta puntare il dito contro Facebook o mettersi a pulire una discarica alla volta – come chi propone di oscurare le singole “fake news”. Il problema è sistemico, riguarda i governi, i grandi produttori di inquinamento (vedi le piattaforme tech) e anche noi stessi. 

Ecco perché, come per il cibo, dovremmo fare più attenzione alla nostre attività online, evitando di lasciare troppa spazzatura in giro. 

Dall’altra, dobbiamo anche ricordarci che chi ha meno privilegi e potere è più predisposto ad essere “avvelenato”: produrre e consumare buona informazione, diventa una questione civica.

Come dire, abbiamo un gran bisogno di una Greta Thunberg per il digitale.

Un po’ hacker

Per andare oltre il dibattito sulle fake news e la post-verità, Stefano Moriggi e Mario Pireddu hanno proposto un nuovo approccio pedagogico che tiene insieme i valori di due culture:

– cultura scientifica, con il suo metodo fatto di esperimenti, prove, fatti, scoperte. Ma anche con la consapevolezza di “vivere e non sapere” (Feynman)

– cultura hacker: non è ancora del tutto definita, ma ruota intorno al saper fare, alla risoluzione di problemi, alla co-costruzione di prodotti, all’aiuto reciproco, al controllo e al confronto, all’anti-autoritarismo.

Proprio a partire da queste considerazioni abbiamo fatto nostre le metodologie dell’inquiry based learning e della data literacy. Abbiamo seguito in particolare l’invito di Catherine D’Ignazio e Rahul Bhargava (MIT di Boston) a progettare sempre attività focalizzate, guidate, invitanti ed espandibili. In grado di riflettere le modalità emergenti della cultura digitale, senza per forza terrorizzare un’intera generazione. 


Sabato 10 ottobre presentiamo il nostro progetto di media education con un evento online sui canali digitali di Dataninja.

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